Energia

Comunità energetiche: come funzionano in Italia

23 maggio 2021

 

Condividere energia rinnovabile e pulita, per contrastare lo spreco energetico e contribuire concretamente alla riduzione delle emissioni dannose all’ambiente: le comunità energetiche rappresentano un modello innovativo di gestione dell’energia e possono essere costituite da un’associazione di cittadini, attività commerciali, pubbliche amministrazioni locali o piccole e medie imprese che decidono di unire le proprie forze e dotarsi di uno o più impianti condivisi per la produzione e l’autoconsumo di energia da fonti rinnovabili.

 

Condivisione è la parola chiave delle Energy Community, il cui obiettivo primario è proprio quello di ottenere benefìci collettivi – dal punto di vista ambientale, economico e sociale – per la comunità stessa e per l’area locale in cui questa opera. Esempi virtuosi e maggiormente diffusi arrivano dal Nord Europa, ma anche l’Italia segna importanti passi avanti: con il Decreto Milleproroghe 162/2019 è stata promossa in Italia la legge sulle comunità energetiche, attraverso cui sono state ufficialmente riconosciute le comunità energetiche rinnovabili. L’unica restrizione riguarda le aziende, per le quali la produzione e cessione dell’energia all’interno della comunità energetica non deve rappresentare l’attività principale. I cittadini italiani, come nel resto dell’Unione europea, sono riconosciuti come prosumer: produttori e consumatori di energia rinnovabile. Attraverso la Smart Grid, la rete intelligente di gestione di energia elettrica, chiunque possieda un impianto fotovoltaico connesso in rete può diventare prosumer e condividere con altri consumer la sua energia in eccesso. Ecco come.

 

 

Condivisione è la parola chiave delle Energy

Community, il cui obiettivo primario

è proprio quello di ottenere benefìci collettivi – dal punto di

vista ambientale, economico e sociale – per la

comunità stessa e per l’area locale in cui questa

opera.

Come costruire una comunità energetica 

Per dare vita ad una comunità energetica rinnovabile, l’iniziativa può partire da qualsiasi soggetto pubblico o privato: osservando le procedure richieste, anche semplici cittadini che abitano nello stesso quartiere possono farlo. La normativa vigente, infatti, individua come potenziali membri di una comunità energetica l’insieme di soggetti che sono collegati in bassa tensione nel perimetro sottostante alla stessa cabina secondaria BT/MT.

 

Conclusa la costituzione della comunità e l’installazione dell’impianto, per avviare la produzione e condivisione di energia rinnovabile è indispensabile che ogni partecipante alla comunità energetica installi uno smart meter, un contatore intelligente in grado di rilevare in tempo reale le informazioni riguardanti produzione, autoconsumo, cessione e prelievo dalla rete dell’energia. Così, è possibile procedere con la messa in esercizio dell’impianto e fare istanza al Gestore dei Servizi Energetici (GSE) per ottenere gli incentivi previsti dalla legge per l’energia condivisa. Non solo vantaggi ambientali, ma anche economici: un aspetto decisivo che ha contribuito concretamente alla rapida diffusione di molte comunità energetica in Italia. 

Dal momento che, per legge, lo scopo di una comunità energetica non può essere il profitto, le forme più utilizzate per far sì che la comunità energetica sia legittimata a livello legale sono quelle dell’associazione non riconosciuta o della cooperativa. Una volta costituita l’entità legale, il passo successivo consiste nell’individuare l’area dove installare l’impianto di produzione, che deve necessariamente essere collocata in prossimità dei consumatori: un condominio, ad esempio, può installare un impianto fotovoltaico sul tetto e condividere l’energia prodotta tra tutti gli appartamenti che hanno scelto di far parte della comunità. L’impianto, se non è di proprietà della comunità, può essere messo a disposizione da uno o più membri partecipanti oppure da un soggetto terzo: a tal proposito, il convenzionamento con i Comuni o altri enti pubblici per la copertura delle spese di investimento dell’impianto, è una modalità a cui viene fatto ricorso molto spesso. 

Conclusa la costituzione della comunità e l’installazione dell’impianto, per avviare la produzione e condivisione di energia rinnovabile è indispensabile che ogni partecipante alla comunità energetica installi uno smart meter, un contatore intelligente in grado di rilevare in tempo reale le informazioni riguardanti produzione, autoconsumo, cessione e prelievo dalla rete dell’energia. Così, è possibile procedere con la messa in esercizio dell’impianto e fare istanza al Gestore dei Servizi Energetici (GSE) per ottenere gli incentivi previsti dalla legge per l’energia condivisa. Non solo vantaggi ambientali, ma anche economici: un aspetto decisivo che ha contribuito concretamente alla rapida diffusione di molte comunità energetica in Italia. 

Le comunità energetiche in Italia

Secondo il rapporto Comunità rinnovabili 2021 di Legambiente, in Italia sono attive o in corso di attivazione 20 comunità energetiche rinnovabili, mentre altre 7 sono in progetto. Distribuite su tutto il territorio, concretizzano i benefici di condivisione dell’energia rinnovabile e aprono la strada a un nuovo modello di gestione. In Alto Adige, ad esempio, si trova la comunità energetica Funes: nata nel 1921 con il nome di Società Elettrica Santa Maddalena, tutt’oggi produce energia da fonti rinnovabili utilizzando impianti idroelettrici, fotovoltaici e a biomassa. Sempre in Alto Adige, a Prato allo Stelvio, la cooperativa E- Werk Prad conta 1350 soci e gestisce 17 impianti a fonti rinnovabili. Nei comuni di Dobbiaco e San Candido, invece, la Cooperativa FTI copre il fabbisogno energetico di 1300 utenze, con un impianto a biomasse di 1500 kW di energia elettrica.

In Valle d’Aosta, la Cooperativa elettrica Gignod opera nella città di Saint Christopher e attinge l’energia elettrica da impianti idroelettrici ad acqua fluente. Non mancano esempi virtuosi in Lombardia: in Valtellina, la storica Società elettrica di Morbegno (Sem), rifornisce 13.000 utenti grazie a 8 impianti idroelettrici della potenza installata di 11 MW. Da nord a sud, esempi di comunità energetiche operative attraversano tutta l’Italia: in Puglia, dalla collaborazione tra Legacoop e l’amministrazione comunale, è nata nel 2011 la Cooperativa di Melpignano.  Articolata in 33 impianti fotovoltaici posti sui tetti degli edifici pubblici e privati della città, produce energia rinnovabile rivendendone il surplus. In Campania, invece, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio di Napoli, è nata la prima comunità energetica solidale d’Italia. Una collaborazione tra Legambiente, la Fondazione Famiglia di Maria e 40 famiglie della zona alle prese con situazioni di povertà energetica: a sostenere l’investimento la Fondazione per il Sud che, grazie agli sgravi fiscali, ha potuto abbattere del 40% l’esborso iniziale. Dalla Puglia alla Sicilia: a Ferla, piccolo borgo in provincia di Siracusa, sorge la prima comunità energetica della Sicilia, grazie all’azione congiunta del Comune, dell’Università di Catania e dei cittadini che, dopo un percorso partecipativo, hanno deciso di aderire alla comunità coniugando risparmio economico e sostenibilità.

 

Se le comunità energetiche continueranno a diffondersi in modo capillare in tutta Italia,  lo scenario base previsto da The European House Ambrosetti indica  una riduzione delle emissioni di CO2 di 3,6 milioni di tonnellate: un obiettivo ambizioso, in cui i cittadini – produttori e consumatori – sono protagonisti. 

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